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Il report del terzo incontro: dai movimenti in piazza alle istituzioni, Barcelona en comù

By 12 Marzo 2021 Marzo 30th, 2021 No Comments

Martedì 9 marzo, c’è stata il terzo appuntamento della Scuola di Mobilitazione Politica con interventi di Enric Barcena, Barcelona en Comù  moderati da Michele d’Alena e Elena Ostanel.

Titolo: Dai movimenti in piazza alle istituzioni, portando la femminilizzazione della politica.

Di seguito il video della lezione, montato da Alberto Catania, e un report, realizzato da Emanuele Pastorino, entrambe partecipanti della scuola, che ringraziamo per l’attivismo e il supporto

Introduzione

MICHELE D’ALENA → Questa sera abbiamo con noi Enric Barcena, di Barcelona En Comù e parleremo di femminilizzazione della politica.

Ne parleremo assieme io ed Elena Ostanel che avete già conosciuto.

Casualmente – ma non è un caso – la prima discussione sulla scuola è avvenuta a Barcellona, in un bar quindi oggi è come la chiusura di un cerchio. Un’altra nota, molto più rilevante: sia io che Elena lavoriamo dentro le istituzioni, io alla Fondazione Innovazione Urbana di Bologna, Elena in Consiglio Regionale in Veneto. Oggi con Enric infatti, parleremo anche di come si sta nelle istituzioni.

Per avviare la conversazione, vorremmo condividere alcuni punti appresi stando sul campo:

Potere. Di che potere parliamo quando attiviamo le mobilitazioni? In che modo si distribuisce, si esercita, dal basso a risalire?

Luogo. Bisogna adagiare la mobilitazione nel luogo entro il quale si agisce: agire nello spazio significa capire il contesto e le grammatiche del luogo.

Tempo. Serve tempo, pazienza e cura: vale per ogni relazione seria. Per ogni mobilitazione serve tempo: all’alto, alla Politica; al basso, alle comunità. Non cadiamo nella logica delle campagne di comunicazione: ci vuole tempo per costruire fiducia.

Empatia. Ci vuole empatia organizzativa, meritocracia de las emociones, citando Ada Colau: mettersi in empatia con le emozioni delle comunità ha del rivoluzionario.

ELENA OSTANEL → Sono molto felice di introdurre Enric con te per la relazione che ho con lui da molti anni: quando abbiamo lanciato Padova Coalizione Civica, Enric è venuto varie volte e quello che ci ha portato della sua esperienza ho provato a riportarla nei territori.

Porto tre punti di introduzione, che sono simili a quelli di Michele – probabilmente per il lavoro che facciamo.

Lavoro territoriale. Vorrei riprendere le fila del lavoro che abbiamo fatto attorno al community organizing: quando ci mobilitiamo, dobbiamo conoscere il territorio che abitiamo e per il quale agiamo e le comunità che lì vivono. Quando sono stata a Barcellona ho avuto modo di partecipare alle assemblee di Barcelona en Comù e ricordo l’emozione nel vedere persone che si sono attivate e sono state attivate dal basso, divertendosi, stando bene: c’era una relazione di prossimità e di territorio che ti permette di creare la fiducia necessaria e che, nella politica che conosciamo, non c’è più.

Barcelona en Comù mi ha dato l’idea di essere un movimento di persone e non un movimento politico.

Apprendimento istituzionale. Barcelona En Comù ha dimostrato che è possibile cercare di mettere il movimento al governo: questa azione, che in Italia sembra così complicata da immaginare, a Barcellona è stata possibile anche attraverso il ruolo conflittuale di questi movimenti.

una cosa che vogliamo chiedere ad Enric è come si lavora nelle istituzioni e come queste cambino per l’impatto del movimento con loro.

Fiducia. La politica non arriva alle persone se non rimettiamo al centro, accanto ai bisogni quotidiani, la capacità di parlare di quei bisogni in maniera semplice, empatica, umana.

Questo manca moltissimo alla politica quotidiana: mi piacerebbe raccontare un passaggio chiave nella figura di Ada Colau, ossia il suo essere empatica e vera anche nel raccontare quello che non andava, che non funzionava, creando rapporti di fiducia nella comunità.

ENRIC BARCENA → voglio intanto ringraziarvi per l’invito e per l’onore di essere con voi. Parlare di femminilizzazione essendo un uomo è anche molto difficile: infatti non vi parlerò tanto di questo quanto del modo di gestire un’organizzazione secondo le dinamiche del femminismo.

MICHELE D’ALENA → grazie a te per la disponibilità. Entro subito nel tema: la stessa volta in cui Ada mi ha parlato della meritocrazia delle emozioni, le ho chiesto come avesse fatto a mettere assieme i vari movimenti della sinistra (dai sindacati al movimento per la casa). In quell’occasione mi ha parlato di empatia e lì ho capito che la femminilizzazione voi la mettete al centro, dalle politiche che realizzate all’organizzazione e la governance del movimento. Che cos’è la femminilizzazione per te?

ENRIC BARCENA → sicuramente il primo passo è avere donne nei luoghi del potere.

L’accesso delle donne e dei collettivi al potere, donne e collettivi portatori di una visione intersezionale della politica, è importante: avere parità di accesso alla gestione del potere consente di avere una gestione attiva degli spazi organizzativi.

Oltre alla scheda di raccomandazioni, va tenuto in mente come negli spazi di costruzione collettiva, la costruzione dell’opinione e l’ascolto attivo necessitano della costruzione e del fatto che nessuno è portatore di una verità assoluta: adottiamo un meccanismo basato su 2 minuti di intervento proprio perché ciascuno deve essere messo nelle condizioni di portare un pezzetto della costruzione collettiva.

Allo stesso modo, devono poter parlare tanti uomini quante donne; deve essere dato il tempo per la riflessione; da un’assemblea all’altra vanno mantenuti i contatti e fatte crescere idee ed opinioni.

Dobbiamo rompere le barriere tra quelli che sanno e quelli che sono nuovi: il senso comune è tra tutti.

Questo capita molto nelle assemblee italiane ed è una delle cose che vanno decostruite per trovare spazi femministi e per dare una femminilizzazione delle pratiche: va decostruito questa forma di patriarcato. Il potere non è solo di chi sa tanto ma sta anche in chi è nuovo: concentrarsi troppo nell’organizzazione rischia di escludere chi porta valori periferici.

MICHELE → tornando a noi, Enric: per le cose che sono successe (PD, Sardine), le mille anime, l’idea dell’identità rimane molto forte. Parlando di femminilizzazione, uno degli elementi più forti che ci regalate è dato della forza delle alleanze: lo trasmettete nelle assemblee ma anche nell’azione politica. Ada è molto forte perché ha fatto dei patti, pur essendo radicale. Come si coniugano questi due aspetti?

ENRIC → radicalità nelle idee, pragmatismo nella pratica. Se vogliamo costruire alleanze che vincano, che si allarghino, la femminilizzazione è molto importante ma dobbiamo tenere anche in considerazione l’azione verso quelle persone che sono sempre “da una parte”. 

Un fatto importante è soprattutto costruire e dimostrare una leadership che non sia di una parte ma rappresentativa di tutti. Questo porta ad una pratica della generosità: votiamo poco, soprattutto quando c’è poco consenso. in questi casi, ci mettiamo insieme e parliamo parliamo allo scopo di sommare il massimo delle persone nell’arrivare ad una certa decisione.

Per costruire qualcosa di comune bisogna avere generosità rispetto alle altre minoranze.

Noi cerchiamo di lavorare su un obiettivo comune, con un metodo per cui uno vale uno, per costruire identità collettive, nuove rispetto alle  identità di ciascuno, e in spazi condivisi dove decidere insieme le cose e non sulla base di incontri tra emissari di partito. Questo tanto nella decisione quanto nella rendicontazione di quelle scelte: si tratta di curare lo spazio collettivo in ogni suo aspetto.

Votiamo molto poco e usciamo comunque con un’idea condivisa.

Si deve lavorare molto con l’obiettivo di dissolvere le identità precedenti senza però far rinunciare a ciascuno ciò che è, da dove viene: si deve rispettare molto la traiettoria di ognuno.

E’ come quando vai a fare campeggio che torni a casa con le mutande o le calze di altri: dalle esperienze condivise bisogna portare a casa sempre qualcosa degli altri, senza avere paura del fatto che le militanze storiche non vengano messe in comune.

Una leadership condivisa è sempre basata su una forte generosità.

Questo, con leadership femminili, può essere più facile.

ELENA → Enric, quello che hai appena detto è quello che si prova a fare con le grandi assemblee di persone diverse. Provi a descriverci un’assemblea che ti ricordi, quali sono i trucchi per gestire questi contesti. Come convochi un’assemblea e fai partecipare davvero tutti senza che nascano correnti?

Tu dici: “non arriviamo a votare una mozione”. Vi ho visto,  os che fate così. Come fate?

ENRIC → ricordo una volta in cui dovevamo decidere sulla creazione di un gruppo nel Congresso. Sono andato in assemblea convinto d dover difendere la mia opinione e quella del mio gruppo territoriale: ci siamo ascoltati tutti. Se ciascuno parla un’ora non finisce mai: per questo imponiamo tempi brevi, anche allo scopo di dar modo a tutti di portare la propria piccola prospettiva. 

Alla fine, ascoltando tutti, mi sono accorto di altre prospettive: abbiamo deciso tra tutti, con una decisione fondata sul senso comune, in modo diverso da quello con cui sono entrato in assemblea. Se poi sono dovuto tornare alla mia assemblea territoriale a spiegare quella posizione ,ero contento: alla fine, quell’opzione era sostenuta da tutti e questo ci avrebbe reso più forti. Non una sfumatura che predomina sulle altre ma una posizione fondata su un consenso.

Quando lavori per obiettivi, sapendo che solo insieme potrai riuscire ad avanzare, quello che dà molta forza è non perdere persone, pericolo che si presenta per i movimenti ad ogni passaggio di fase (e lo vediamo sempre nella sinistra).

ELENA → Enric ha spiegato meglio di qualsiasi docente la deliberazione. Mattia aveva citato Dewey, ma andate a cercare dei testi su questo.

Rimaniamo su questo: tu hai detto “venivo da un’assemblea territoriale”. Si tratta dell’assemblea di Sant Antoni. Come lavora territorialmente Barcelona en Comù?

ENRIC → l’idea identitaria che abbiamo, l’idea basica di comunità è dato dai quartieri: diciamo di essere “nazionalisti nel nostro quartiere” con un’idea chiara. Non la cittadinanza del quartiere ma la vicinanza: non un documento, ma la vita condivisa con i propri vicini.

La vita della prossimità è come gira attorno alla comunità di quartiere la vita economica, quotidiana, delle rivendicazioni. Barcellona ha una storia costruita sui quartieri, i cui abitanti sono fieri della propria appartenenza che è positiva, fondata su una vita attiva e sull’integrazione.

Barcelona en Comù ha costruito un manifesto per uscire dai quartieri: Ada Colau è venuta a spiegare questo progetto in piazza e ci ha chiesto di partecipare e discuterne. In questo, ha evidenziato come l’energia di quella piazza, portata nelle istituzioni, sarebbe stata impareggiabile. 

Bisogna attingere alla motivazione che spinge le persone a entrare in azione per il proprio quartiere per cambiare i contesti più ampi: ricordo di una discussione avuta con Varoufakis. Lui mi aveva contattato per propormi di scrivere una legge e di raccogliere le firme per cambiare l’Europa o la moneta. Io gli risposi di non conoscere nessuno che si mobilita davvero per qualcosa di astratto come l’Europa ma, invece, conosco solo persone che si mobilitano per cambiare le cose vicine a loro: una scuola che non c’è più, un ambulatorio, cose così.

Questa azione porta a dar vita a molte onde: questa somma di onde può diventare marea e la marea porta al cambiamento. Questo processo politico, quello di Barcelona en Comù, inizia nei quartieri e torna nei quartieri.

Poi non abbiamo un modello per queste assemblee: siamo un po’ anarchici in questo. Ciascuna assemblea si è strutturata sul modo delle persone che vivono quelle assemblee e tutte funzionano bene proprio perché costruite sui modi dei suoi partecipanti.

Tutte queste assemblee, poi, si concentrano sulle necessità e i bisogni del quartiere e su questo costruiscono il proprio consenso.

MICHELE → io ti chiedo di fare un gioco, il gioco della telefonata. Sapete che Enric ha fatto attivamente campagna elettorale nelle ultime elezioni, in Catalogna, e quando l’ho sentito gli ho chiesto “come è stato fare campagna elettorale in pandemia?”.

Ad Enric chiederei un giochino: durante la campagna elettorale hanno fatto quasi 12mila ore di telefonate.

ENRIC → lasciami dire perché le telefonate: prima non ho risposto ad Elena sul prota a porta. 

Quando sei nelle istituzioni, devi gestire la tensione permanente tra la natura movimentista e l’essere nelle istituzioni.

Un metodo è dato dall’ascolto continuo della mobilitazione continua: questo puoi farlo solo andando a bussare alla porta dei vicini che non conosci e ascoltare le loro inquietudini.

Questa chiacchierata è d’ascolto, si basa sulla connessione della propria esperienza sull’esperienza e la motivazione di quelle persone.

Abbiamo bussato a molte porte (attività che ci ha dato la possibilità di raccogliere molti dati): durante la pandemia non era possibile. Per mantenere questo ascolto, ci siamo concentrati sulle telefonate

Ho chiamato molte persone e, se vuoi, riproduco una telefonata: è importante, quando si chiama, di collegarsi emozionalmente con le persone con cui si parla per poi proporle un’azione.

Non si propone a chiunque la stessa azione ma si fa sulla base della sua prossimità al tuo progetto politico.

[LA TELEFONATA → video, aiutami tu]

Questo era un contesto fittizio ma ha portato diversi elementi:

  • domandare molto: bisogna ascoltare le preoccupazioni delle persone, non convincerle;
  • trovare un collegamento: mostrare come i tratti della storia degli altri sono tratti anche della nostra storia o di storie vicine a noi;
  • andare ad individuare il tema della motivazione;
  • non dire che siamo i migliori, lavorare sulle motivaioni.

MICHELE → a me sorprende sempre quando giochi sulla prossimità. Non siamo abituati a questa politica che lavora così tanto sulal prossimità.

ENRIC → chiedono che succede quando troviamo elettori convinti per altri partiti. In quei casi, non insisto e ringrazio: la mobilitazione non è portata a cambiare le persone ma ad attivarle.

Domande

ELENA → ho raccolto molte domande, interessanti.

C’è una domanda che ricorre:

Come conciliare la politica di prossimità se c’è bisogno di una soluzione sovralocale?

Questo è un grande tema: il libro Fearless Cities è nato dalla volontà di mobilitare i movimenti municipalisti. Anche io da una civica locale – a Padova – mi sono trovata a riconoscere questo problema e così mi sono candidata in una lista regionale. Ora in Consiglio vedo come alcuni problemi siano nazionali ma non è possibile inseguire costantemente questo schema.

ENRIC → ne avevamo parlato una volta anche a Padova: noi abbiamo fatto questo processo ma non succede ovunque (in Galizia, ad esempio, il passaggio al livello superiore non è riuscito).

Ci sono ovviamente temi che il livello locale da solo non può risolvere: la tentazione immediata è quella di scalare al livello regionale o nazionale immediatamente. 

Questo, però, produce due rischi:

  • duplicazione degli sforzi → come mantieni la prossimità, la natura assembleare e femminilizzante in contesti più lontani da quello locale?
  • rischio di perdere la traiettoria con questa scalata → si perdono gli elementi di convinzione che si ha a livello locale, specie nella costruzione di coalizioni. Se l’identità locale, progetti fondati sugli obiettivi sono alla base dei contesti locali, sul piano nazionale il discorso diventa identitario.

Risposta non ce n’è: oltre al livello nazionale, una coalizione transnazionale come quella delle fearless cities è fondamentale perché è un modo per imparare, per costruire una rete neuronale che crei un’identità comune. Creare un partito capace di scalare questi meccanismi è ambizioso e molto difficile: riprodurre una visione confederale, le esperienze uguali in altri livelli territoriali anche lontani è interessante, specie per dar vita a forme di municipalismo diffuse.

ELENA → alcuni chiedono

Come avete fatto a passare dal movimento (la PAH) al governo? E come siete cambiati voi governando?

ENRIC → il primo passaggio si realizza nella volontà di entrare nelle istituzioni: molti movimenti sono semplicemente “contro il potere”, finalizzati a contrastare il potere da fuori.

Una volta che riesci ad entrare nelle istituzioni, ci sono due problemi: la mobilitazione ti porta via tutto il tempo; l’assenza di un’organizzazione curata è sinonimo di insuccesso.

Questo non significa perdere tutto il tempo nella costruzione di meccanismi di potere ma intendere l’organizzazione come mobilitazione continua, dal basso.

Si tratta di una tensione permanente, difficile da mantenere: quella tra la politica e la piazza, sapendo che da questa relazione virtuosa di tensione tra piazza ed istituzione nasce l’accelerazione positiva delle politiche.

ELENA → faccio l’ultima e poi passo la palla a Michele.

C’è una domanda in due parti:

1. Tutto questo è possibile in un partito? Quante tessere di partito avete all’interno di queste assemblee?

2. Ce l’avreste fatta anche senza Ada Colau?

ENRIC → inizio dall’ultima: no, o ce l’avremmo fatta peggio. Quando dicevo che serve una leadership femminile, intendevo proprio questo: la leadership di Ada va molto al di là dei partiti. 

Poi, Ada crede moltissimo nell’organizzazione e nei partiti: in questo senso hanno molta importanza le tessere.

L’identità condivisa si basa su un sistema di attivismo senza tessere: i diritti politici sono riconosciuti a ciascuno dall’assemblea di quartiere in cui esercita la propria partecipazione. In queste assemblee abbiamo molte tessere di partito diverse ma Barcelona en Comù non ha una sua tessera: per riuscire a realizzare questa idea di “confluenza” bisogna passare da un “riconoscimento di quote” dei diversi partiti, un passaggio per gradi insomma.

A queste persone ancora affezionate alle tessere e a quello schema, però, si sono unite le persone che non appartenevano ad altri partiti, orfane di un luogo dove riconoscersi e che hanno reso le nostre assemblee quei luoghi. Sono state il cemento del movimento. Non è necessaria solo la leadership, quindi, ma anche l’organizzazione.

MICHELE → chiudo con la domanda più votata. 

Il concetto di “femminilizzazione” non rischia di dare un’immagine stereotipata di ciò che come società associamo all’elemento femminile?

ENRIC → è un altro dibattito che abbiamo avuto anche noi. 

Femminilizzazione indica un insieme di caratteristiche che riguardano i movimenti femministi, il modo di fare politica delle donne, basato su spazi di cura e di gestione condivisa.

Forse non dovremmo parlare di femminilizzazione ma di movimenti più femministe nell’organizzazione e nella pratica. Barcelona en Comù è un movimento femminista nell’organizzazione e nella pratica.

Il modo di politica cui aspiriamo è intersezionale e finalizzato a coinvolgere tutte le categorie che sono discriminate dal patriarcato e dall’esercizio del potere patriarcale: un’organizzazione femminilizzata e femminista deve togliere tutte quelle barriere che strutturalmente abbiamo.

Siamo meno patriarcali, meno maschilisti: non abbiamo raggiunto l’obiettivo, ancora.

Ci sono pratiche che ci fanno stare meglio: questa femminilizzazione e le pratiche femministe dà benefici anche agli uomini, li rende più liberi e ad abbandonare le pratiche patriarcali che abbiamo sempre avuto addosso.

Un’organizzazione che ascolta tutti, che include la pluralità e crea pratiche di costruzione collettiva a me piace di più.

La leadership non è contraria al femminismo e alla femminilizzazione. Si tratta solo di una leadership diversa.

MICHELE → Mattia Diletti mi manda una domanda che rompe lo schema:

Questo modello può esistere fuori da Barcellona, città militante e abituata allo scontro?

ENRIC → assolutamente sì. L’anarchismo, le collettività del secolo scorso, hanno mostrato come esistano movimenti molto più avanzati di Barcelona En Comù, ad esempio, in Siria o in Kurdistan.

Se abbiamo chiari gli obiettivi, possiamo lavorare dalle nostre idiosincrasie per dar vita a questi movimenti.

MICHELE → grazie, grazie infinite.

ELENA → grazie anche da parte mia. Consiglio anche di guardare il sito fearlesscities, che raccoglie le esperienze simili a quelle di Barcellona.

Dialogo tra Ada Colau e Beppe Sala: https://youtu.be/1nXrearANSY

Francesca Bria: “Un patto verde e digitale per la sovranità tecnologica europea e Bruce Sterling: “Difficult times: https://www.youtube.com/watch?v=KmZVKhmiGyw

Francesca Bria, Intelligenza collettiva e infrastrutture urbane: https://www.youtube.com/watch?v=eS92fF93Sbw