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Il report del secondo incontro: un movimento a supporto dei partiti, Momentum UK

By 4 Marzo 2021 Marzo 30th, 2021 No Comments

Lunedì 1 marzo, c’è stata il secondo appuntamento della Scuola di Mobilitazione Politica con un intervento di Laura Parker di Momentum UK. Le domande sono di Alessandro Valera., con interventi di Erika Capasso e Lorenzo Zamponi e una introduzione di Davide Agazzi.

Titolo: “Un movimento a supporto dei partiti”

Di seguito il video della lezione, montato da Alberto Catania, e un report, realizzato da Emanuele Pastorino, entrambe partecipanti della scuola, che ringraziamo per l’attivismo e il supporto.

Report:

DAVIDE AGAZZI → buonasera a tutte e tutti. Farò una brevissima introduzione per poi passare la parola ad Alessandro Valera e alla sua chiacchierata con Laura Parker.

Mi prendo due minuti per chiarire il nesso tra la prima lezione e quella di questa sera: lunedì scorso abbiamo parlato di organizzazione, con Saul Alinsky e con il community organizing; questa sera parleremo di mobilitazione.

Nel corso della Storia, soprattutto a sinistra, si sono alternate diverse teorie che contrapponevano la costruzione di un’organizzazione con la necessità di dar vita a proteste di massa

Queste due teorie si portano dietro modi di pensare diversi: la tipologia di obiettivi che si poneva il community organizer era basato sulla ricerca di vittorie incrementali da parte di un gruppo, con un’escalation delle vittorie progressiva e la costruzione di leadership.

Nelle proteste di massa, invece, le battaglie e le richieste non sono strumentali ma simboliche: l’obiettivo non è fare pressione né negoziare ma di cambiare i rapporti di forza, pensando un mondo nuovo e andando a polarizzare lo spettro del dibattito.

Queste due tradizioni, se da un lato hanno modi diversi di definire la vittoria, tattiche diverse da mettere in campo e di selezionare leadership o definire il potere. 

La settimana scorsa abbiamo ragionato di organizzazioni che acquisiscono potere raccogliendo persone, soldi e con la pressione verso un determinato sistema. Per le mobilitazioni, invece, è necessario determinare movimenti di massa che mettano in crisi il paradigma esistente.

Se la scorsa settimana parlavamo di piccole vittorie, questa sera pensiamo alla necessità di dipingere mondi nuovi: la Marcia del Sale era strumentale, rispetto alla tassazione del sale, ma diventa un simbolo nella battaglia contro l’oppressione coloniale.

Il dibattito, nel corso del tempo, ci ha spesso divisi tra coloro che propendevano per l’uno o l’altro modello: a fronte degli insuccessi di entrambi, però, negli ultimi anni si sta cercando di teorizzare un modello ibrido, con gli obiettivi dei movimenti di massa ma la capacità di strutturare la base.

Questa necessità è anche legata alla natura emotiva della mobilitazione: se sappiamo che questa vicenda è normale, sapere che il movement cycle ha fasi diverse, ci consente di preparare meglio i componenti e l’organizzazione ai cambiamenti nella partecipazione.

Per poter immaginare questo modello ibrido, è necessario saper condividere una storia, una strategia, principi e valori oltre che un piano a medio termine e un’organizzazione: questa è un’alternativa evidente alla verticalità delle organizzazioni del passato.

Inoltre dobbiamo saper alternare iniziative che consentano di sfruttare i momenti di espansione del movimento così come momenti che sappiano definire e rafforzare i codici interni allo stesso.

Ultimo passaggio, su due concetti chiave: la necessità di un sostegno popolare di massa e il tema delle strategie di mobilitazione.

Nelle teorie della mobilitazione, ricorre la percentuale del 3,5%: si tratta della percentuale necessaria per riuscire a generare dei cambiamenti sistemici. In Italia, significa 2.100.000 persone: questo ci dà un obiettivo numerico e ci stimola a fare di più, a non stare chiusi nei nostri recinti. Per fare la rivoluzione “servono” 2.100.000 persone.

Per attirarli verso la mobilitazione, è necessario capire come queste persone si collochino sullo “spettro del supporto”: serve realizzare campagne di mobilitazione finalizzate a espandere lo “spazio del possibile” (finestra di Overton). Per spostare verso sinistra lo spazio del possibile, è necessario introdurre discorsi radicali, apparentemente inaccettabili, per spostare la finestra di Overton a sinistra: la destra sa farlo benissimo, la sinistra deve tornare a coltivare la propria capacità di farlo.

Basta pensare alle proposte di AOC sulla tassazione: in un momento in cui quello che si considera fattibile è tassare al 30-40% i redditi dei più abbienti, se qualcuno dice che è giusto farlo al 70%, sposta a sinistra il limite dell’accettabilità (–> se si tassassero al 55% non sarebbe una cattiva mediazione).

Più avanti ragioneremo di forme di mobilitazione: alcune azioni massimizzano il modo in cui le persone si chiedono come collocarsi, azioni che richiedono un po’ di sacrificio personale (ma non troppo).

Passo la parola ad Alessandro e Laura per ragionare sull’esempio di Momentum UK.

ALESSANDRO VALERA → abbiamo sentito la cornice teorica che ci ha fatto Davide: con Laura Parker vorremmo darle concretezza tramite le esperienze di altri Paesi vicini a noi. Credo che la domanda che vi invitiamo a porvi – e che ci siamo posti come organizzatori – è: “qual è la strada più efficace per determinare il cambiamento?”.

I nostri vicini d’Europa hanno scelto strade diverse: in Spagna, Podemos ha scelto di mobilitare gruppi molto piccoli, sparsi sul territorio, con la volontà di unirsi alla sinistra dei Socialisti; in Francia, Macron si separa dal Partito Socialista e fa breccia dal centro, annullando altri partiti.

In UK si è scelto di puntare sulla figura di Jeremy Corbyn e sul movimento di Momentum.

Partiamo da questo: come è nata Momentum?

LAURA PARKER → Momentum nasce nel 2015, quando il Partito Labourista ha subito una forte sconfitta: nel nostro sistema, ci si può candidare solo se si è parlamentari. Si è candidato Jeremy Corbyn, il candidato più di sinistra del panorama labourista inglese. 

Quando ci si candida alla leadership, si ha accesso ai contatti di tutti gli iscritti: abbiamo attivato una campagna di phone banking, raccontando il programma di Corbyn. Questo ha determinato la nascita di piccoli gruppi sparsi su tutto il territorio: all’inizio della campagna, Corbyn era dato 200:1. Tuttavia, dopo un po’, abbiamo capito che l’entusiasmo iniziava a crescere: dopo la vittoria, è stato chiaro che non fosse giusto né possibile lasciar cadere questo movimento. Abbiamo raccolto i dati di coloro che si sono attivati, dei volontari e delle volontarie: da settembre 2015 alla primavera 2016 abbiamo raggruppato queste persone e fondato un network con una sede centrale a Londra ma con gruppi sparsi in tutto il Regno Unito.

Nella primavera 2016, gli iscritti erano circa 4.000. In concomitanza della Brexit abbiamo dovuto riattivare i volontari e siamo passati prima da 20.000 iscritti per arrivare a 200.000 persone.

Momentum è un gruppo eterogeneo, unito della convinzione della necessità di un cambiamento radicale nel partito: giovani che si affacciavano alla politica; anziani che avevano lasciato i labouristi; gente come me, ispirata da Corbyn.

ALESSANDRO → la strategia, quindi, è stata quella di entrare, occupare, il partito principale per cambiarlo radicalmente.

Quali messaggi avete usato e verso chi li avete indirizzati? Qual è stata la strategia comunicativa per coinvolgere tutte queste persone?

LAURA → il messaggio, all’inizio e fino alla fine di Corbyn, era abbastanza semplice: il Partito Labourista doveva tornare a fare battaglie per l’uguaglianza. Corbyn parlava in modo semplice e molto chiaro contro la povertà, l’austerity, riuniva attivista e sindacalisti che già erano uniti in questo senso ma che lo facevano da fuori il partito.

Corbyn sui temi dell’uguaglianza, è sempre stato chiarissimo.

Le persone sostenevano la sua campagna ma non erano convinte della possibilità di cambiare il Partito: con la seconda campagna per la leadership, abbiamo affiancato alla lotta alle diseguaglianze un altro messaggio, ossia quello che questa lotta per la leadership era quella di riuscire a spostare a sinistra il Partito.

Questo ha creato entusiasmo ma anche paura: nell’elettorato, nell’establishment e tra i giornali. Il messaggio, nel 2016, era più defensive: Corbyn veniva descritto come un pazzo radicale ma ha sempre cercato di mantenere il proprio messaggio carico di speranza, anche se è stato “scolorito”.

Corbyn è stato il volto dallo stesso movimento che ha accomunato Podemos, Syriza, Sanders: siamo stati parte di questo movimento molto esplicito e finalizzato a respingere il liberalismo.

ALESSANDRO → anche Syriza ha fatto un processo simile. Da un lato, Corbyn ha accumulato messaggi radicali; dall’altro, avete altri ingredienti del vostro successo? Perché, diciamolo, non siete i primi ad aver usato argomenti radicali per tentare di cambiare il sistema ma siete stati tra i primi a non fallire.

LAURA → la figura di Corbyn stesso era molto importante: era dentro al Parlamento da 30 anni ma è sempre stato una minoranza interna al Parlamento. Noi abbiamo un sistema che si chiama “the whip”, dove il capogruppo spiegava il modo in cui doveva votare il gruppo. Corbyn ha votato contro moltissime volte, soprattutto sotto Blair. 

Gli outsiders. Corbyn era un garante, un uomo di principio che – in tutti questi anni – aveva mantenuto i propri contatti con i gruppi fuori dal Partito.

Alla sua candidatura, quindi, queste persone sono state un valore aggiunto, un insieme di soggetti cui i candidati dell’establishment labourista non riuscivano a raggiungere.

L’organizzazione, poi, è stata la chiave. Raccogliere i dati è essenziale: quando il PD fa le primarie, raccoglie i dati da 200.000 persone pur avendo 2.000.000 di elettori.

I sindacati hanno avuto un ruolo centrale: una dozzina fa parte del Partito e Corbyn aveva il supporto di un paio di questi, alcuni molto importanti (Unite).

L’ultimo elemento è che Corbyn era un insurgent: in quel periodo, in alcuni Stati (Grecia, Spagna) la sinistra aveva successo ma in molti altri Paesi era la destra a prevalere. Tutti questi movimenti erano accomunati da una sorta di insurgency factor: quello di Corbyn era una forma di left populism.

ALESSANDRO → il populismo di sinistra, da noi, che si colloca al di fuori di questo spettro: solo oggi il M5S si è detto populista di sinistra.

Il tema dei dati, poi, è anche più grave di quello che descrivi tu: non ci fidiamo da una componente territoriale all’altra.

LAURA → sì, e anche questo ci ha aiutato moltissimo: la struttura del Partito Labourista. Dopo essersi iscritti al Partito, si viene subito convocati alle riunioni della Sezione e, dopo poco, a quelle del Collegio: come attivista, è possibile avere un impatto sulle politiche attive del Partito perché tutti possono fare proposte che vengono inviate al Collegio e che contribuiscono alla definizione generale della linea politica del Partito.

Ogni anno c’è il Congresso e tutti possono partecipare.

Qui in Italia vedo che siamo tutti di sinistra e non cambia un cacchio.

ALESSANDRO → Corbyn ha vinto molto bene la presa di potere nel Partito ma non ha vinto le elezioni, perdendo bene ma perdendo.

La domanda è: è valsa la pena vincere la battaglia senza vincere la guerra?

E, prima ancora, visto che conosci l’Italia: quello che hai raccontato di Momentum è determinante per noi? Al di là dei sistemi elettorali diversi, che consigli ci puoi dare per moltiplicare i successi ed evitare le sconfitte?

LAURA → Momentum è cresciuto in un partito storico diverso dal PD, in sistemi elettorali diversi: le politiche, però, sono le stesse. A questo si è unita una forza incredibile nei social (Momentum ha raggiungo il 50% degli utenti di Facebook in Regno Unito).

Un po’ è come se le Sardine fossero state l’ala sinistra del PD: noi abbiamo mobilitato come loro le persone.

Posso parlare solo del PD, perché non conosco gli altri partiti: sarà più difficile creare un Momentum qui? Sì. 

La domanda, però, non è se si può fare ma è quando lo facciamo: un cambiamento radicale è necessario. Siamo all’ennesimo governo tecnico, i giovani non aspettano che fuggire.

Il vantaggio nello stare in un Partito è la struttura: ci vuole leadership, radicale e radicata. Quello che non cambia, in Italia, è un po’ questo.

In più, ci vuole coerenza ideologica: il M5S ha mobilitato le persone, ma non basta riunire piazze di arrabbiati. Serve dare un progetto politico decisivo: è possibile, ma anche i partiti più piccoli devono decidere un po’ di mettersi assieme.

Domande

ERIKA CAPASSO → in realtà, stavo leggendo le domande arrivate dai ragazzi: per il tempo che abbiamo, ne selezioniamo alcune, lasciando le altre per la discussione nei gruppi (soprattutto per quanto riguarda il livello italiano).

Partirei da questa domanda qua: 

Come funziona la democrazia e discussione interna in Momentum? Come utilizzate il web per articolare la discussione? Come è composto lo staff e come si relaziona con i volontari?

LAURA → nel momento più alto di Momentum erano attivi 180 gruppi formati su base geografica. C’erano poche regole: ogni gruppo doveva registrarsi, con un gruppo di 5 coordinatori (2 per i social media, sempre un uomo e una donna: se non ci sono un uomo e una donna, non funziona; 2 per coordinare gli incontri).

In questi gruppi, la discussione era libera nei modi, nei tempi e nei contenuti: c’erano regole sui comportamenti, non sull’organizzazione. Si trattava di un modello di distributed organizing.

Il tema della democrazia interna è ancora molto dibattuto: all’inizio, Momentum era aperto a tutti e tutte. Nel primo anno c’è stata una lunga discussione sulla forma di Momentum: alcuni volevano essere aperti a tutti. La leadership, però, aveva paura che questa cosa sarebbe stata un cavallo di Troia per l’ala ultra radicale. Questo ha portato a vincolare la partecipazione a Momentum all’iscrizione al Partito Labourista.

Questa contrapposizione era anche generazionale: la nuova generazione voleva svolgere battaglie più movimentiste, che prescindevano il Partito; la vecchia guardia, che ha predominato all’inizio, voleva adoperarsi per controllare il Partito.

Oggi, invece, Momentum ha adottato un meccanismo un po’ pentastellato (one head, one vote), movimentista, ma in un partito molto gerarchico.

E’ stato difficile mettere insieme questi due elementi ma penso che alla fine ci siamo riusciti: quando si inseriscono dei candidati di Momentum alle elezioni, sono scelti da Momentum.

Un po’ funziona, credo.

Corbyn ha cambiato il Partito Labourista perché ha cambiato il modo della discussione politica: non sarà permanente ma perché nulla è permanente in politica.

Non solo ha cambiato i labouristi ma anche il discorso pubblico del Partito Conservatore: ovviamente con il COVID abbiamo visto l’esplosione delle disuguaglianze, e questo ha contribuito.

La leadership di Corbyn è finita ma non è finito il processo che ha attivato:abbiamo cambiato la direzione del Partito e Momentum ha partecipato a questo processo in maniera attiva. Prima la Direzione era molto gerarchica: oggi 9/32 sono scelti dagli iscritti.

L’eredità di Corbyn non è persa: abbiamo fatto 3 passi avanti e uno e mezzo indietro. Ma, alla fine, che cosa è il progresso?

ERIKA → l’altro pezzo era sull’andamento dell’adesione nel tempo.

LAURA → è un po’ come il grafico che ci ha fatto vedere Davide. Dopo la sconfitta ci sono sempre tante persone che arrivano dal Partito ma anche tante persone che se ne vanno. Dopo la sconfitta di meno di 2 anni fa, molte persone se ne sono andate ma la partecipazione continua. E continua perché c’è la struttura: non dipende tutto da un personaggio e la sinistra ha assaporato una quasi-vittoria, vedendo che è possibile cambiare le cose. E, allora, la partecipazione è abbastanza alta. 

ERIKA → per Lorenzo: influenzare un partito dall’esterno o dall’interno: pro e contro?

LORENZO ZAMPONI → ciao a tutti e tutte e grazie: la testimonianza di Laura è fondamentale. Tra i vari tentativi di porre un’alternativa nuova, Momentum è il tentativo di fare organizzaizoni politiche che organizzano il sociale per invadere il campo della politica. 

Credo ci siano cose molto diverse, in Italia, ma alcune altre che possiamo imparare: il nostro contesto è meno bipartitico, con partiti molto più piccoli e coesi (Jeremy Corbyn sarebbe stato espulso, in Italia). Viviamo anche in un Paese che vive una crisi profondissima dell’organizzazione-partito, una crisi che il Partotito LAbourista non ha conosciuto.

Infine, abbiamo avuto il M5S che ha intrepretato un populismo giudiziario, ambiguo e trasformista intercettando molto del dibattito pubblico critico verso lestabishment.

Coloro che arrivano dai movimenti e dalle associazioni credo che non vogliano e non debbano lasciar ad altri e che, per farlo, debbano organizzare politica come ha fatto Momentum.

L’altro elemento è legato al binomio radicalità-innovazione: in Italia, l’innovazione è centrista, la radicalità sa di vecchio e stantio; coniugare questi due elementi, anche in un contesto diverso, credo sia qualcosa su cui lavorare molto.

ERIKA → su questi spunti, tentiamo di dividerci per gruppi. Le istruzioni, Guglielmo, le dai tu: ci divideremo per gruppi e ciascuno avrà un moderatore.