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Il report del primo incontro: organizzare i senza potere

By 24 Febbraio 2021 Marzo 30th, 2021 No Comments

Lunedì 22, ha preso avvio la Scuola di Mobilitazione Politica con interventi di Mattia Diletti e Alessandro Coppola, moderati da Elena Ostanel.

Titolo: Organizzare i senza potere. Cosa è il community organizing? Come organizzare vertenze sociali, territoriali e sindacali? 

Di seguito il video della lezione, montato da Alberto Catania, e un report, realizzato da Emanuele Pastorino, entrambe partecipanti della scuola, che ringraziamo per l’attivismo e il supporto.

Report

MICHELE D’ALENA (Bologna) → serve parlare di come fare mobilitazione. La crisi dei partiti politici è evidente così come la crisi dei luoghi dove imparare a fare mobilitazione politica.

Molti di noi, fondatori di TiCandido, siamo attivisti ma siamo anche professionisti: in Università, nelle istituzioni, nelle imprese.

Questa Scuola parla di come si fa attivismo: offre strumenti (dalla newsletter settimanale al canale su Telegram. Vi invito a contribuire con donazioni grazie alle quali faremo degli investimenti → per il 15 marzo stiamo chiudendo un accordo con una piattaforma per rendere quanto più partecipativo possibile il laboratorio di mobilitazione politica).

ANGELICA VILLA (Milano) → la rete di partner alla base della Scuola ha consentito di avere una diramazione concreta sul territorio e di dare concretezza al nostro impegno e alla nostra volontà di lavorare sui temi delle disuguaglianze, dello sviluppo sostenibile. 

ELENA OSTANEL → introduco la serata di oggi e i due ospiti di questa sera. 

Gli ospiti di questa sera, a cui lascio subito la parola per riprenderla solo per raccontare la mia esperienza in campagna elettorale pochi mesi fa e calare quello che racconteranno nella mobilitazione politica.

Gli ospiti sono Mattia Diletti e Alessandro Coppola.

Hanno lavorato assieme per portare in Italia un testo importantissimo, che avevo già incrociato in Canada come ricercatrice e qui, come attivista, intendendolo come un vademecum per interpretare la politica.

MATTIA DILETTI → di questa Scuola, con il gruppo di TiCandido, parlavamo già molto tempo fa. Francamente non pensavo a questo tipo di risultato.

Di base sono uno studioso e studio, soprattutto, il sistema politico americano: quest’anno, con Martino Mazzonis, ho seguito le elezioni americane con un progetto di Treccani, e Alinsky l’ho scoperto seguendo sul campo la campagna elettorale di Barack Obama, nel 2008.

Parlare di Alinsky è importante perché, secondo me, quando c’è una crisi della politica la società deve incominciare a pensare e agire politicamente: si tratta di una caratteristica fondamentale per riuscire a ricostruire un tessuto di relazioni attorno a bisogni ed interessi.

Il Community Organizing e Saul Alinsky. Il community organizing serviva ad organizzare comunità subalterne spesso in conflitto ma con interessi in comune: si trattava di comunità operaie, di immigrati, senza potere.

Alinsky si è autodefinito un “Machiavelli dei poveri”, un radicale che intendeva la propria radicalità come “democratica radicale”, finalizzata a fornire a tutti gli strumenti per organizzarsi. Alcuni lo definivano come urban populist.

Quello che ci interessa adesso è il metodo: il community organizing ha caratteristiche molto specifiche. Per noi oggi, questo metodo ha valore pur non essendo una Bibbia incontestabile: tutti noi abbiamo cassette degli attrezzi meticce. Alinsky ci aiuta a ragionare su cinque questioni:

  1. non siamo tabula rasa: in questi percorsi di riattivazione dobbiamo scegliere storie di cui riappropriarci, radici a cui aggrapparci;
  2. è un metodo che è stato inventato al tempo di una crisi nuova, quella del ‘29, e che quindi produce strumenti di difesa del tutto innovativi, dettati dall’urgenza della crisi di allora. Oggi siamo nel mezzo di più  crisi intreccaite, una situazione complessa che ci pone moltissime questioni di fronte e che impone di trovare più di una bussola organizzativa su cui lavorare;
  3. viviamo in una società in cui sono cresciute le diseguaglianze: pur non essendoci la miseria degli anni ‘30, le crisi hanno acuito diseguaglianze molto forti. Alinsky è utile perché serve a pensare strumenti con cui ribilanciare asimmetrie di potere;
  4. i senza potere – quelli che oggi stanno perdendo terreno (poveri, immigrati, giovani, ceto medio declinante) – vivono una condizione di grande frammentarietà: la frammentazione è una delle caratteristiche in cui operavano i community organizer negli USA, dei cucitori, dei pontieri tra comunità di senza potere. Anche le nostre società sono più frammentate;
  5. l’idea di costruire mobilitazioni con grandi numeri era il punto di forza di questo metodo e abbiamo bisogno di riscoprirlo: mobilitare, ingaggiare per davvero le persone, organizzandole. Questo necessita di un tempo molto lungo.

Torniamo ad Alinsky: la Chicago degli anni ‘30 aveva subito in maniera importante la crisi del ‘29. Era una città che ha raddoppiato i propri abitanti nel giro di pochi anni e che lo ha fatto con flussi di immigrazione imponenti e persone che avevano, come punto comune, la fabbrica, ma nel territorio vivevano un conflitto. Tale competizione era di tipo territoriale: con la crisi del ‘29, le fabbriche licenziano e le conflittualità esplodono.

A Chicago esisteva la Scuola di Chicago, madre della Sociologia moderna, che forniva gli strumenti per leggere questi conflitti: si tratta di un’operazione illuminata ma illuministica, dall’alto verso il basso, ingegneri sociali che vogliono “aggiustare” la comunità.

Alinsky viene fuori da questo sistema: tuttavia lo fa interpretando un ruolo diverso. Contesta a questo mondo di illuminati di non avere tutte le risposte: i tecnici della società, da soli, non sono sufficienti.

Alinsky sviluppa una teoria diversa: non bastano le politiche pubbliche ma bisogna porre un tema di redistribuzione di potere. Quello di cui necessitano i senza potere è di costruire organizzazioni tra queste persone allo scopo di stabilire una capacità di azione, quasi secondaria rispetto ad un obiettivo di cambiamento.

Alinsky, da americano, inventa un management dell’organizzazione e presuppone azioni di tipo pragmatico (winnable issues, piccole vittorie su cui far avanzare una comunità) e che il lascito di queste vittorie deve essere il sistema di relazioni che queste battaglie creano.

Alinsky, poi, capisce che a Chicago c’è una potenzialità incredibile: Alinsky riconosce il tema della fabbrica e del lavoro come centrale. Si tratta di una fabbrica del meatpacking district, e nel quartiere Back of the Yards; Alinsky convince le persone a stare assieme, i sindacati a far stare assieme le persone e le chiese cattoliche a collaborare con i sindacati, coinvolgendo i piccoli commercianti, le palestre popolari, i dopolavoro. Cerca un Minimo Comune Denominatore tra tutte queste realtà e crea il Back of the Yards Neighborhood Council, riuscendo ad ottenere interventi diretti su quel quartiere e lasciando alla città quel soggetto, che diventa un “potere”, capace di negoziare anche negli anni successivi.

ALESSANDRO COPPOLA → io mi concentrerò su alcuni aspetti che riguardano il contenuto di uno dei suoi libri: “Radicali all’azione” è un testo-manuale, una guida pratica che – nel percorso di Alinsky – trova un senso nella dimensione centrale della formazione di nuovi community organizer.

La teoria, la riflessione e la pratica di Alinsky ruota attorno alla dimensione democratica: crede fortemente nel ruolo delle istituzioni democratiche e nella possibilità che queste possano mantenere la propria promessa di emancipazione.

Guardiamo troppo spesso alle disuguaglianze dal punto di vista delle disuguaglianze materiali: Alinsky pone al centro quelle relative all’accesso e all’esercizio del potere. Per funzionare, la democrazia deve essere un processo aperto, fondato sulla lotta tra istanze diverse e che cercano contraddizioni per portare avanti una lotta: abbiamo un’idea di democrazia ingessata, come mero “sistema di regole”. Alinsky pone invece la questione della democrazia come processo aperto, di un tipo di democrazia che potremmo definire – come fatto da altri – “insorgente”. 

La democrazia è quel sistema in cui chi non ha potere può trovare modi per averlo.

Alinsky critica i liberal accusandoli di idealismo: per organizzare i senza potere, bisogna partire da come i senza potere percepiscono i propri interessi. Il compito degli organizer è legato a costruire la “via concreta alla morale”: i radicali devono arrivare alla concezione di ciò che è giusto attraverso la via che lui definisce “bassa” alla morale, facilitando la costruzione di orizzonti ideali  a partire dall’interesse di questi gruppi sociali.

Alinsky usa anche un’altra espressione a tale riguardo: la rabbia è un sentimento fondamentale nella democrazia ma il ruolo del community organizer è di raffreddare questa rabbia, razionalizzandola affinché diventi uno strumento utile alla realizzazione della democrazia. Il problema, insomma, non è la rabbia ma l’uso politico che se ne fa: la rabbia è un sentimento umano inevitabile in una società diseguale, la “rabbia fredda” è una risorsa per la democrazia Fare finta che invece la rabbia non esista, che si possa vivere in una società armonica priva di sentimenti di rabbia e di conflitti, è pericolo per la democrazia. 

L’interesse dei gruppi sociali, poi, è fatto di questioni private che non fanno che aspettare di diventare questioni pubbliche: l’organizer deve mettersi in dialogo con questi gruppi sociali, capire quali sono le questioni private che queste persone percepiscono, per politicizzarle.

La politica contemporanea è piena di queste questioni private, e da un certo punto di vista possiamo dire che la politica è un processo di progressiva trasformazione di questioni percepite in origine come private in questioni “pubbliche”: a Milano, hanno fatto più le “mamme antismog” contro il traffico che 40 anni di (pur utili e necessarie) campagne ambientaliste.

La questione delle winnable issues dà la dimensione dell idealismo pragmatico di Alinsky: idealista nel concepire la democrazia; pragmatico nell’individuarne gli strumenti e le battaglie per la loro realizzazione.

Alinsky dice anche un’altra cosa interessante : più queste winnable issues vengono individuate, più saremo capaci di costruire rapporti tra queste.

Le questioni sociali non sono impacchettate con il cellophane: lo fa il discorso e il pensiero dominante. Il community organizer deve mettere assieme le questioni e, con queste, le comunità cui fanno riferimento.

Altro  tassello è il discorso della leadership: la questione importante, qui, è Alinsky che individua la “leadership indigena” come strumento centrale nell’attivare i quartieri. Quando si va ad operare sui quartieri, il community organizer deve partire dalle strutture sociali che esistono. 

Ultimo tassello, infine, è quello del ruolo del sapere e delle conoscenze nella costruzione del profilo dell’organizer. E in questo si vede potentemente il retroterra da ricercatore sociale di Alinsky: costruire le winnable issue implica analisi e produzione di conoscenze, definire il campo di alleati e avversari implica analisi e produzione di conoscenza, la costruzione della relazione fra l’organizer e i gruppi sociali di riferimento implica l’utilizzo di tecniche della ricerca sociale e, infine, ogni azione deve essere oggetto di un processo di valutazione collettiva (“non devono esistere fatti non digeriti”, scrive Alinsky ).

Domande

Per Alessandro

Il Community organizing può funzionare nelle aree rurali?

ALESSANDRO COPPOLA → il community organizing ha portato a movimenti ed azioni collettive in contesti non urbani: il più importante è quello legato ai lavoratori dell’agricoltura di Cesar Chavez. La dimensione urbana di quella battaglia (attraverso il boicottaggio) era finalizzata a convincere i consumatori della necessità di quella battaglia.

Direi che non ci sia dubbio sul fatto che funzioni nelle aree rurali: oggi c’è anche molto da discutere su cosa sia rurale e cosa sia urbano. Ci sono contesti più propriamente urbani ma il metodo si presta ad essere adattato a contesti locali senza dubbio.

Per Elena

Il Community organizing è un modo per sfuggire la politica, visto che in molti si allontanano della politica?

ELENA OSTANEL → Anche prendendo dalla mia esperienza personale, con il meccanismo raccontato da Alessandro e Mattia – partendo, quindi, dalle storie di vita di alcune comunità, dando loro visibilità e costruendo gruppi di pressione per arrivare alle istituzioni e poi generare processi legislativi – questa attività sembra molto molto politica: il community organizing, per me, è molto politico, riporta la Politica al concetto di azione-risoluzione di questioni che stanno a cuore alle comunità.

Come si individuano i soggetti da organizzare?

ELENA OSTANEL → Alinsky è partito ad organizzare da un luogo molto fisico: la fabbrica. 

Noi ci siamo chiesti dove trovare i senza poteri: alcuni potremmo essere noi, che stiamo fuori da meccanismi particolarmente organizzati. Nella mia esperienza elettorale, lo spazio urbano e i luoghi corporali sono quelli in cui la politica entra e va ad ascoltare.

Se uno analizza il luogo e lo spazio urbano con uno sguardo da attivista e da ricercatore, è un luogo molto molto politico.

Per Mattia

La differenza tra partiti di massa e community organizing.

Non sono la stessa cosa, perché il community organizing si occupa di fare pressione sulle istituzioni e non di farsi partito.

La cosa in comune che hanno queste due forme di organizzazione, però, è quello di essere agenzie che organizzano interessi e federano alleanze: il community organizing è uno strumento di lobby dal basso; i partiti organizzano rappresentanza politica e si pongono obiettivo del Governo (ci sarebbe da fare lunga digressione su differenze fra partiti e società civile sulle due sponde dell’Atlantico, ma non c’è tempo).

Gramsci e organizzazione pedagogica.

Uno dei riferimenti culturali di Alinsky è Dewey, che pone la democrazia come possibile solo se è processo di crescita di competenze diffuse e collettive (certo, in tutti e due c’è un binomio fra pedagogia ed emancipazione).

Sulla critica della Clinton ad Alinsky.

La Clinton criticava soprattutto una questione reale, e anticipava uno dei motivi per cui questo modello è stato messo un po’ da parte per un po’ di temp,o e cioè che il community organizing è troppo locale per avere effetto sulle politiche nazionali e federali.

Sulla radicalità di Alinsky, negli anni ‘60 movimenti come le Pantere nere lo criticavano perché “troppo americano” e si pensava che mortificasse alcune identità (donne, minoranze) nell’esprimere la loro differenza.

Sunrise movement, AOC, Podemos: che relazioni ci sono tra questi movimenti e i community organizer?

MATTIA → su Podemos non saprei. Sunrise movement è una costola di organizzatori del sanderismo e ha in comune con il community organizer il fatto che le chiavi debbano essere date fuori dalle organizzazioni, a livello periferico. Tuttavia è anche un modello diverso, verticistico, dove un piccolo vascello digitale di “attivisti nazionali” aiuta ad adattare il modello a livello locale come vuole.

Un esempio di winnable issues?

Diego Galli – unico italiano assieme a Sara Fenoglio – ha fatto il training negli USA per fare il community organizer e portava sempre l’esempio di un movimento che si chiamava One Dollar One Baltimore: questo movimento funzionava così. C’era un grossissimo investimento che cambiava la faccia di un quartiere (un ospedale, mi pare), e la winnable issue di questa comunità contrattava sostanzialmente una cosa per cui se arriva un operatore economico nuovo nel quartiere deve restituire/rifondere il quartiere. Se arrivate qui, non potete sconvolgere e tagliarci fuori della crescita del quartiere: dovete assumere membri della comunità nel vostro ospedale.

ALESSANDRO COPPOLA → no dei motivi per cui io, da urbanista, ho trovato importante il community organizing, è che anche in Italia abbiamo visto una serie di politiche di stampo neoliberale che hanno a che fare con sfere negoziali: a Milano ci sono state importanti interventi urbanistici nei quali mancava sistematicamente la costituzione di un soggetto che fosse espressione di interessi latamente locali.

Mancava, quindi, un soggetto che contrattasse queste winnable issues. Uno dei motivi per cui l’organizing è stato riscoperto è che l’evoluzione delle politiche pubbliche ha creato spazi in cui l’organizing poteva infilarsi.

LAANE ha portato avanti una serie di campagne dal basso con obiettivi winnable che poneva battaglie raggiungibili.

ALESSANDRO COPPOLA → Nel caso americano, la cosa che si è osservata è che la riscoperta di tecniche e pratiche, cultura dell’organizing, è stato un ingrediente di fatto per il rilancio del Partito Democratico come capace di rappresentare gruppi sociali subalterni. Lo è stato nell’ambito di una pratica tipica del contesto nordamericano, dove il partito federa ex-post.

Sono assolutamente sfiduciato dal fatto che i partiti possano essere soggetti di evoluzione: per la prima volta da decenni, ciò che succede nella società tramite processi di organizing, poi potrà portare a cambiamenti nella politica, non viceversa.

Chi sono i senza potere oggi?

MATTIA DILETTI → ogni società, ogni gurppo, li/si deve auto-individuare. Abbiamo categorie intere del mondo del lavoro che hanno meno diritti; dentro a queste categorie sono piùdeboli alcune fasce d’età; poi esistono territori particolarmente colpiti da elementi di disuguaglianza, di scarsa rappresentanza ecc ecc

Nella newsletter che ha curato Martino Mazzonis erano indicati i Dreamers: persone che non accedono alla naturalizzazione e che hanno costruito un movimento che dura da anni. Si tratta di un gruppo di senza potere che si riconosce a vicenda e che costruisce potere.

MARTINO MAZZONIS → l’esempio dei Dreamers è uno. A mio modo di vedere c’è una quantità di battaglie sociali americane di vario tipo, sindacali nelle modalità ma che nascono nei quartieri, che si basano sulla costruzione di coalizioni fatte dal locale e portate al piano nazionale.

Facendo l’esempio dei fast food, una grossa parte di coloro che lavorano in quel settore vengono dagli stessi quartieri, pur non lavorando negli stessi posti: il community organizing, le chiese, funzionano per raccogliere queste persone che poi vanno a lavorare in contesti anche molto diversi.

Guardando i risultati elettorali, c’è una parte di possibili senza potere che oggi si ritrova nei partiti populisti, soprattutto di (estrema) destra. Qual è il rapporto tra community organizing e populismo? E come si fa community organizing “responsabile”?

La cosa interessante è che Alinsky fonda il proprio metodo sulla base della volontà di evitare l’abbraccio mortale tra le masse popolare e il fascismo, anche in America. Fa un ragionamento sulla necessità di costruire una mobilitazione politica che tragga la propria forza sulla mobilitazione degli interessi popolari.

Il discorso contro il fascismo oggi, invece, è sempre astrattissimo: non riguarda mai gli interessi, né il radicamento negli interessi.

Il community organizing è di per sé responsabile.

Articoli link condivisi nella chat: 

Dimmi chi era Alinsky

I lavoratori di Brooklyn Est, intervista a Micheal Gecan

Saul Alinsky’s 13 Tried-and-True Rules for Creating Meaningful Social Change

The Problem With Saul Alinsky

https://www.raiplayradio.it/audio/2020/10/FAHRENHEIT-Leggere-laposera-Trump-c9c1063b-7370-43a1-b7f4-d10b73e98990.html

https://www.washingtonpost.com/nation/2021/01/21/cesar-chavez-biden-bust-ovaloffice/

https://www.vox.com/2014/10/6/6829675/saul-alinsky-explain-obama-hillary-clinton-rodham-organizing

https://youtu.be/ddBjb-xRPOk (Citizens Uk e le Olmpiadi)

Community Benefit Framework

Parkdale People’s Economy